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Il 3 giugno al cinema Trevi Omaggio ad Andrea Crisanti
Il 7 maggio è scomparso Andrea Crisanti, docente e poi preside della Scuola Nazionale di Cinema. Un maestro della scenografia, al quale il CSC ha reso omaggio nel 2011 con una bellissima pubblicazione.
Andrea Crisanti: la scenografia come arte
Il 7 maggio è scomparso
Andrea Crisanti, preside (e per moltissimi anni docente) della
Scuola Nazionale di Cinema. Un maestro della scenografia, al quale
il Centro Sperimentale di Cinematografia ha reso omaggio nel 2011
con una bellissima pubblicazione, Andrea Crisanti viaggio nella
scenografia, a cura di Sergio Toffetti e Antonio Fabio
Familiari, dalla quale ricaviamo alcune istantanee che danno
la misura della sua straordinaria opera nel mondo del cinema.
«Nel mio lavoro ho sempre
cercato un'aderenza, anche minima, al realismo e con Andrea sapevo
che anche da un punto di vista scenografico sarei potuto andare in
questa direzione; mi piacciono le scenografie di Andrea
perché forzano la realtà partendo però sempre
da un apparente realismo» (Marco Bellocchio).
«Nella costruzione
dell'elemento scenografico poggiato sulla realtà esistente
Andrea è davvero molto bravo. Ha molto rispetto per la
realtà dei luoghi, anche quando la deve piegare alle
esigenze del racconto cinematografico» (Francesco
Rosi).
«È un maestro sia
nell'adattare ambienti dal vero sia nel ricostruire in
teatro» (Giuseppe Tornatore).
«I maestri dicono tante
cose, per cui ti formano, però sono sempre due o tre le cose
che restano fondamentali. Una sua frase [di Mario Chiari] è
rimasta indelebile nella mia memoria: "Quando arriverà il
regista con l'operatore e gli altri assistenti su un set che hai
realizzato, un ambiente, una piazza, una strada, e si muoveranno
dappertutto per cercare l'inquadratura ottimale, e infine andranno
proprio dove ti sei messo tu, e diranno: "Allora, mettiamo la
macchina qui", quel giorno potrai dire di essere diventato un vero
scenografo» (Crisanti).
La Cineteca Nazionale - e tutto
il Centro Sperimentale di Cinematografia - ricorda Andrea Crisanti
con tre film fondamentali nella sua straordinaria filmografia,
costellata di nomi, incontri, collaborazioni indimenticabili (oltre
ai registi citati, Gianni Amelio, Theo Angelopoulos, Michelangelo
Antonioni, Mario Bava, Damiano Damiani, Eduardo De Filippo,
Riccardo Freda, Emidio Greco, Nanni Loy, Ferzan Ozpetek, Andrej
Tarkovskij, Paolo e Vittorio Taviani, Franco Zeffirelli).
ore 17.00
Cuore sacro (2005)
Regia: Ferzan Ozpetek; soggetto e
sceneggiatura: Gianni Romoli, F. Ozpetek; fotografia: Gian Filippo
Corticelli; scenografia: Andrea Crisanti; costumi: Catia Dottori;
musica: Andrea Guerra; montaggio: Patrizio Marone; interpreti:
Barbora Bobulova, Andrea Di Stefano, Lisa Gastoni, Massimo Poggio,
Erika Blanc, Camille Dugay Comencini; origine: Italia; produzione:
R&C Produzioni; durata: 119'
«Irene Ravelli ha
ereditato dal padre non solo il patrimonio, ma anche uno spiccato
senso degli affari. Ottenuto il dissequestro dell'antico Palazzetto
di famiglia, Irene scopre che una delle stanze, abitate un tempo
dalla madre, è rimasta intatta come se la donna ci abitasse
ancora. Il fantasma della madre e l'incontro con una straordinaria
bambina, Benny, generano in Irene un conflitto che la porta ad un
totale cambiamento» (www.cinematografo.it).
«Già queste scene fanno intuire quanto sia insolito,
coraggioso e rischioso il nuovo film del regista della Finestra
di fronte: un coraggio raro nel nostro cinema, di cui gli diamo
atto con ammirazione. E tuttavia le immagini, impeccabili per
grammatica e sintassi, non solo al livello di ambizioni così
alte, non lasciano graffiti nella fantasia dello spettatore,
stentano a dare forma al travaglio febbrile dell'imprenditrice
senza scrupoli convertita in angelo della carità per vecchi
e "nuovi poveri". Qualcosa di simile accade con le citazioni
disseminate lungo il film, dalla sequenza della piscina (Il
bacio della pantera) al santo strip-tease d'Irene (Teorema
di Pasolini, autore col quale Ozpetek condivide il bisogno di
sacro); eleganti, ma più optional che necessarie. Ormai
legata a filo doppio a ruoli di smarrimento interiore, Barbora
Bobulova si offre in olocausto con l'opportuna dedizione»
(Nepoti). «Costruii l'interno della casa di Irene, la
protagonista, nel teatro 5 di Cinecittà. La costruzione,
molto grande, rappresentava l'interno di un palazzo da molto tempo
abbandonato, fatiscente, che nascondeva, tra le sue innumerevoli
stanze e corridoi, la grande camera della madre che continuava a
vivere nei ricordi. Ci ispirammo a un antico edificio romano in
abbandono, usato per l'esterno del film. All'interno conservava
ancora dei bellissimi affreschi, molto rovinati, nei quali
apparivano, come fantasmi, figure spettrali e misteriose. Le
decorazioni, anch'esse macerate dal tempo e dall'incuria, furono
fonte di ispirazione per la costruzione in teatro di posa»
(Crisanti). David di Donatello per la miglior
scenografia.
ore 19.15
Una pura formalità
(1994)
Regia: Giuseppe Tornatore;
soggetto e sceneggiatura: G. Tornatore; fotografia: Blasco Giurato;
scenografia: Andrea Crisanti; costumi: Beatrice Bordone; musica:
Ennio Morricone; montaggio: G. Tornatore, Massimo Quaglia;
interpreti: Gérard Depardieu, Roman Polanski, Sergio Rubini,
Nicola Di Pinto, Paolo Lombardi, Tano Cimarosa; origine:
Italia/Francia; produzione: Cecchi Gori Group - Tiger
Cinematografica, Film Par Film; durata: 111'
«Durante una pioggia
torrenziale, un uomo infangato ed infreddolito, trovato dalla
polizia senza documenti, viene condotto in un fatiscente
commissariato dove l'orologio ha le lancette spezzate e dal
soffitto gocciola l'acqua, che viene raccolta con recipienti vari.
Un inserviente gli offre del latte caldo ma lui glielo getta in
faccia e successivamente ha un diverbio con gli agenti. Al
commissario sopraggiunto dice di essere Onoff, il celebre
scrittore: l'altro gli cita allora la frase di un suo romanzo, ma
egli non la ricorda. Lo scrittore si cita a sua volta ed il
commissario si convince, ma si stupisce di vederlo senza la folta
barba e anche lo scrittore non sa spiegarsi la cosa»
(www.cinematografo.it).
«Se si rinuncia alla smania dell'interpretazione c'è
da dire che Una pura formalità inchioda alla poltrona
durante l'intera sua durata per la sagacia energica della
costruzione drammatica, l'alta tenuta figurativa che ha trovato un
supporto nella funzionale fotografia di Blasco Giurato,
l'ammirevole concertazione degli attori. Dopo averlo visto si
comprende perché Tornatore abbia voluto Roman Polanski
(doppiato da Leo Gullolta nell'edizione italiana) per la parte
dell'innominato commissario: in questo allucinato dramma notturno
di onirismo nordico, tutto giocato sulla corda pazza dell'assurdo,
Polanski era l'antagonista ideale di un Depardieu (con la voce di
Corrado Pani) la cui straripante fisicità attoriale
raramente era stata messa in immagini e guidata con altrettanta
violenza di segno espressionista» (Morandini). «Non era
facile immaginare e poi realizzare un fatiscente e
antinaturalistico commissariato, pervaso da un clima di mistero e
di kafkiana natura, senza determinazioni nazionali né
regionali, salvo alludere - ma restando sempre nell'indefinito - a
una collocazione che più che "fuori città" si
può definire meglio come "lontano dalla civiltà". E
salvo scoprire, a poco a poco, che potrebbe essere una sorta di
anticamera dell'aldilà, un luogo da interrogatorio per anime
dannate dal suicidio. […] Ho sempre pensato, infatti,
che Una pura formalità sia il suo film
migliore» (Crisanti). David di Donatello per la miglior
scenografia.
ore 21.15
Giù la testa
(1971)
Regia: Sergio Leone; soggetto: S.
Leone, Sergio Donati; sceneggiatura: Luciano Vicenzoni, S. Leone,
S. Donati; fotografia: Giuseppe Ruzzolini, Franco Delli Colli (per
la seconda unità); scenografia: Andrea Crisanti; costumi:
Franco Carretti; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli;
interpreti: James Coburn, Romolo Valli, Rick Battaglia, Maria
Monti, Franco Graziosi, Domingo Antoine; origine: Italia;
produzione: Rafran Cinematografica, Euro International Films, Miura
Cinematografica; durata: 157'
«L'ultimo western
diretto da Sergio Leone, anzi, come diceva lo stesso regista
"più correttamente è un avventuroso ambientato
all'epoca della rivoluzione messicana". Anche se non è il
film più amato dai suoi fans, e neanche quello considerato
generalmente più riuscito dalla critica, rimane un film
controverso un po' per tutti, a cominciare dal regista. "È
un film che non so collocare bene. Lo amo immensamente,
perché è quello che mi ha dato più angoscia,
dubbi, disperazione. A un certo punto, ero quasi tentato di
abbandonarlo, e devo a mia moglie se ho avuto la costanza di
arrivare fino in fondo". Apre una grande citazione di Mao, del
resto i tempi sono quelli, del post '68 non solo europeo [...]. La
storia si svolge durante la rivoluzione messicana del 1913. Sulla
carrozza che trasporta ricchi borghesi, Juan Miranda, un bandito
confusamente legato alla rivoluzione, li deruba visto che hanno
parlato male dei messicani. Incrocia un terrorista dell'Ira [...],
Sean Mallory detto John, e tra i due nasce una specie di
società rivoluzionaria fatta di vera amicizia e dinamite
ancora più vera. Assieme decidono di assaltare la banca di
Mesa Verde. Ma lì non c'è più una banca, ma
una prigione per politici» (Giusti). «Lo scenografo di
Sergio Leone è stato sempre Carlo Simi, fin dai tempi di
Per un pugno di dollari. Quando Leone mise in cantiere
Giù la testa, credo che pensasse di produrre il film
senza farne necessariamente la regie, e che, proprio per questo,
Simi si fece coinvolgere, in quello stesso periodo, da un grosso
lavoro di architettura in Spagna. Così, quando Sergio decise
di fare anche la regia del film, si trovò senza il suo
scenografo, e scelse me» (Crisanti).
Copia restaurata dalla Cineteca
Nazionale in collaborazione con Sergio Leone Productions

