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La sottile linea rosa 3. Appuntamenti con il cinema delle donne Pane e coraggio: memorie di Resistenza
Un'ipotetica “controstoria” del cinema italiano, attraverso figure di registe o attrici che vogliamo ricordare e (ri)vedere.
25.04.2012
Dopo i successi della prima e
della seconda edizione della rassegna, curate da Maria Coletti e
dedicate nel 2006 e nel 2007 a una carrellata lungo trent'anni di
cinema italiano al femminile, riallacciamo il filo con la
produzione cinematografica italiana realizzata dalle donne, in una
ipotetica "controstoria" del cinema italiano, attraverso figure di
registe o attrici che vogliamo ricordare e (ri)vedere. Gli
appuntamenti mensili, a cura di Maria Coletti e Annamaria
Licciardello, vogliono tessere una sorta di storia sotterranea, che
possa rendere conto, pur con le inevitabili lacune, di ciò
che è stato prodotto in questi anni dalle donne, attraverso
le mille tematiche affrontate, e i molti stili che le riflettono:
il corpo, la memoria, la storia, il paesaggio italiano e le
trasformazioni sociali e familiari, le piccole e grandi resistenze.
Una molteplicità di sguardi e di riflessioni sul cinema e
sulla realtà italiana che trova un corrispettivo linguistico
anche nella varietà dei formati, dalla pellicola al video,
dalla finzione al documentario.
L'appuntamento di aprile è dedicato al ventennio
fascista e alla Resistenza attraverso storie e memorie raccontate,
vissute e interpretate da donne. Dal celebre documentario-manifesto
dei primi anni Sessanta, cofirmato da Cecilia Mangini, alle memorie
delle partigiane raccolte negli ultimi anni da giovani
documentariste, passando per uno dei rari film di finzione in cui
la protagonista è una donna partigiana, interpretata
splendidamente dall'indimenticabile Ingrid Thulin. «Fu alla
stazione Tiburtina che il diciassette alle cinque del pomeriggio,
partirono diciotto vagoni piombati dentro ai quali era anche una
bimba, nata durante la notte… Pensare a quella madre
giovanissima con la sua piccola creatura nuda, nel lungo viaggio
verso le camere a gas, divenne per me un assillo che mi
tormentò ogni qualvolta dovevo intraprendere un'azione
contro gli aguzzini tedeschi e i loro alleati fascisti. […]
Mi sentivo parte di quella tragedia come se avessi vissuto in prima
persona lo sterminio. Per tutti coloro che avevano sofferto ed
erano morti ingiustamente, che erano ingiustamente perseguitati,
per loro dovevo battermi» (Carla Capponi).
ore 17.00
All'armi, siam fascisti
(1962)
Regia: Lino Del Fra, Cecilia
Mangini, Lino Miccichè; soggetto: L. Del Fra, C. Mangini, L.
Miccichè; sceneggiatura: L. Del Fra, C. Mangini, L.
Miccichè, Giuseppe Ferrara; testo: Franco Fortini; voce:
Giancarlo Sbragia, Emilio Cigoli, Nando Gazzolo; musica: Egisto
Macchi; montaggio: Giorgio Urschitz; origine: Italia; produzione:
Universale Film; durata: 112'
«Film di
montaggio su cinquant'anni di storia italiana, dal 1911 al 1961,
dalla guerra di Libia alle giornate di lotta contro il governo
Tambroni appoggiato dai neofascisti […] segnò una
svolta nel panorama del cinema italiano sotto il profilo del film
di analisi storica. Sia le immagini articolate dal montaggio che il
commento di Franco Fortini sono finalizzati a un'analisi critica
della presa di potere da parte del fascismo, del consolidamento del
regime, della guerra, della residenza e degli anni del "centrismo".
Il fascismo è visto come veicolo dello sviluppo
capitalistico, nelle forme della dittatura borghese durante il
ventennio e poi, nell'Italia repubblicana, come componente dello
Stato, che alterna la repressione a una politica indirizzata al
consumismo e a un boom economico squilibrato e precario. Avversato
dalla burocrazia, oggetto di animate discussioni all'interno delle
stesse forze della sinistra, il film rimane tutt'oggi un testo di
grande interesse: anche perché vengono respinte tentazioni
di "obiettività" per proporre allo spettatore una
interpretazione della storia apertamente e dichiaratamente di
tendenza» (Ansano Giannarelli). «Con tutti i suoi
limiti, il film era uno dei pochissimi che sapesse riprendere, a
venticinque anni di distanza, l'invito rivolto da Bertolt Brecht
nel giugno 1935 agli scrittori europei, riuniti al Palais de la
Mutualité di Parigi, nel primo congresso internazionale per
la difesa della cultura: l'invito a non fermarsi alla denuncia e al
ripudio della barbarie ma a pensare alla radice del male e a
parlare dei rapporti di proprietà che rendono necessaria
quella barbarie» (Adelio Ferrero).
ore 19.00
Staffette (2006)
Regia: Paola Sangiovanni;
soggetto e sceneggiatura: P. Sangiovanni; fotografia: Eleonora
Patriarca; suono: Marzia Cordò e Riccardo Spagnol;
montaggio: Ilaria Fraioli; con: Anna Cherchi, Claudia Balbo
(Breda), Marisa Ombra (Lilia), Nicoletta Soave; origine: Italia;
produzione: Metafilm; durata: 55'
Un
documentario sulla Resistenza delle donne in Italia e sulla memoria
femminile. La Resistenza dal punto di vista di quattro partigiane
piemontesi: Anna Cherchi, Claudia Balbo, Marisa Ombra e Nicoletta
Soave avevano circa diciott'anni e si trovavano nella zona del
Monferrato, in Piemonte, quando sono entrate nella Resistenza, l'8
settembre del 1943. I loro racconti di oggi in prima persona sono
integrati da immagini di repertorio perlopiù provenienti da
archivi privati e pressoché inediti, in parte rielaborati e
sonorizzati. Conversazioni, immagini, dialoghi a distanza tra
passato e presente e tra le nostre protagoniste, le cui vite si
sono incrociate o sfiorate durante la stagione della Resistenza.
Dalle note di regia: «Nell'affrontare questa ricerca
necessariamente in fieri abbiamo portato con noi il bagaglio di
quegli studi che, fin dalla seconda metà degli anni Ottanta,
con l'affermarsi della soggettività in campo storico, hanno
cominciato a concentrare l'attenzione sulla necessità di una
prospettiva di genere nello studio della Resistenza, introducendo
nuove categorie interpretative. Contemporaneamente abbiamo inteso
muoverci su un doppio binario indagando cosa la Resistenza ha dato
alla storia delle donne nel nostro paese. La memoria che si intende
qui restituire non è l'immobile memoria del testimone dei
fatti, è qualcosa di intimo, che passa attraverso gesti,
intonazioni, espressioni, sguardi, piccole cose rivelatrici,
momenti. E, naturalmente, parole. Parole che raccontano, si
intersecano, si rispondono, si completano a vicenda, connettono e
rimandano, intessono la memoria della Storia attraverso il veicolo
privilegiato delle emozioni. Come le memorie familiari, come i
ricordi delle persone che abbiamo amato e ci sono rimaste nel
cuore, che hanno segnato la nostra anima e la nostra vita. È
di questa memoria che si intende fare discorso e attraverso di
essa, come sa essere la memoria esperienziale del corpo, che non
dimentica e si sedimenta e diventa parte di noi».
Ingresso
gratuito
a seguire
Bandite (2009)
Regia: Alessia Proietti, Giuditta
Pellegrini; soggetto, ricerca, interviste: Alessia Proietti;
fotografia: Elisa Maritano; camera: Giuditta Pellegrini; montaggio:
Alessia Proietti; suono: Lorenzo Piano; grafica: Donatella Adamo;
con: Annita Malavasi (Laila), Viera Geminiani (Minny), Silvana
Guazzaloca (Miriam), Mirella Alloisio (Rossella), Walkiria
Terradura, Bianca Guidetti Serra (Nerina); origine: Italia;
produzione: Bandite Film; durata: 51'
Dalle note di
regia: «Nel contesto della Resistenza italiana, il
documentario indaga l'esperienza delle donne che dal '43 al '45
hanno combattuto nelle formazioni partigiane, rivoluzionando il
loro ruolo tradizionale e divenendo protagoniste della storia. In
un racconto corale, donne di diverse estrazioni sociali, culturali
e politiche, esprimono attraverso le interviste la consapevolezza
di una lotta che va oltre la liberazione dal nazifascismo e che
segna un momento decisivo nel percorso di emancipazione femminile.
Il vissuto di queste donne ribelli si intreccia agli interventi
delle storiche che ne sostengono la trama con le loro analisi e
indagini di genere, alle pubblicazioni clandestine dell'epoca e
alle immagini di repertorio, delineando così il contesto
storico in cui quella lotta si è sviluppata e il riflesso di
essa nel mondo attuale. Le partigiane hanno dato vita alla
Repubblica, conquistato la cittadinanza, ma la piena uguaglianza,
le pari opportunità, gli obiettivi da esse perseguiti si
possono veramente ritenere raggiunti?». «Laila, Miriam,
Minny, Nerina, Walkiria, Rossella. Sfilano veloci i soprannomi e i
volti delle partigiane di Bandite, saettante documentario di
Alessia Proietti e Giuditta Pellegrini. […] Così la
lotta di liberazione dal nazifascismo diviene una parallela lotta
per l'emancipazione culturale e civile della donna (vedi il diritto
di voto proprio nel '46). Una voce femminile che comincia a
sentirsi attraverso gli organi d'informazione clandestini, la
resistenza con le rivoltelle trasportate nel reggiseno, i mitra
caricati ed impugnati, i ponti fatti saltare, le violenze sessuali
subite come tortura nazista per confessare i segreti partigiani.
Bandite salda il debito di una dimenticanza fin troppo evidente,
pur da dentro il recinto dei "buoni"» (Davide
Turrini).
Ingresso
gratuito
ore 21.00
L'Agnese va a morire
(1976)
Regia: Giuliano Montaldo;
soggetto: dal romanzo omonimo di Renata Viganò;
sceneggiatura: Nicola Badalucco, Giuliano Montaldo; fotografia:
Giulio Albonico; scenografia: Umberto Turco; musica: Ennio
Morricone; montaggio: Franco Fraticelli; costumi: Vittoria Guaita,
Gitt Magrini; interpreti: Ingrid Thulin, Stefano Satta Flores,
Michele Placido, Aurore Clement, Ninetto Davoli, William Berger;
origine: Italia; produzione: Palamo Film; durata: 135'
Agnese,
lavandaia della bassa Emilia, vive silenziosamente accanto a Paolo
Palita, pressoché immobilizzato, ma ancora indomito
marxista. Quando i tedeschi le portano via il marito, che
morirà sotto un bombardamento nel corso del trasferimento
verso la Germania, Agnese decide di arruolarsi come partigiana.
Dopo aver ucciso un tedesco con il calcio del fucile, raggiunge un
gruppo partigiano e ne diviene nel contempo la vivandiera e la
"mamma2. Per quanto illetterata, Mamma Agnese dimostra equilibrio e
molto buon senso. Così, poco alla volta, i compagni le
affidano compiti organizzativi importanti e le danno
donne-staffette: non di rado, inoltre, alcuni casi vengono risolti
in base alle sue timide osservazioni. Quando, nell'ultimo duro
inverno, un gruppo di partigiani viene tradito e sterminato da
Tedeschi appostati lungo il percorso che dovrebbe portarli oltre le
linee, Agnese disobbedisce al Capo nascondendo in casa i
superstiti; rischia l'espulsione ma viene reintegrata. Mentre si
avvia verso il luogo di una missione, incappa in un posto di
blocco. «È ancora guerriglia partigiana. È
ancora ritratto di una contadina che si fa "resistente" per istinto
di rivolta più che per coscienza politica. È ancora
destino di morte senza clangori di eroismo. Ma più che nel
romanzo, Agnese ora è figura centrale di un contesto corale,
cresce di spessore e statura, si arricchisce di connotazioni
complesse […], è reinterpretata con una diversa
visione che riscopre figurazioni e atteggiamenti magari solo
impliciti nel testo letterario e fa di lei personaggio in sintonia
con l'attualità, icona di un'idea del femminile che è
forza di natura, fierezza e passione nella inquieta mediazione col
reale. […] La Thulin con sapiente maestria si cala nella
parte, diventa Agnese sino all'immedesimazione totale con le
matrici popolari, contadine e romagnole del personaggio. Il film
è quasi tutto nutrito dal suo volto, adusto, indurito e
dolce, dai suoi gesti e sguardi» (Pesce).









