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Restauri
La Cineteca Nazionale svolge un continuo lavoro di preservazione e restauro del patrimonio cinematografico italiano.


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- preservazioni 2005-2008(file pdf, 13 KB)
- restauri in digitale con ritorno in pellicola 2005-2008(file pdf, 13 KB)
- restauri in digitale 2005-2008(file pdf, 14 KB)
- ristampe 2005-2008(file pdf, 17 KB)
- Restauri 2008(file pdf, 33 KB)
Insieme al lavoro di conservazione
del patrimonio filmico, la Cineteca Nazionale svolge un'intensa
attività di preservazione e restauro che
porta ogni anno alla ristampa di circa 250 km di
pellicola. La pellicola cinematografica è infatti
inevitabilmente soggetta ad un processo di degrado irreversibile,
che solo un'adeguata politica di conservazione e duplicazione
può contrastare. Il progresso tecnologico di questi ultimi
anni ha consentito, accanto ai tradizionali sistemi di
preservazione e restauro della pellicola, un uso sempre piu'
frequente di strumenti e formati digitali, come il
2k e l'HD, che garantiscono una superiore qualita' dell'immagine
insieme al rispetto degli originali. La Cineteca Nazionale
sollecita e coinvolge le istituzioni pubbliche e l'industria
cinematografica (aventi diritto, imprese di produzione e
distribuzione, laboratori specializzati, ecc.) in
iniziative di salvaguardia.
Tra i maggiori restauri
degli ultimi anni si segnalano:
Per un pugno di dollari (Leone,
1964), Le avventure di Giacomo
Casanova (Steno, 1955), Il Casanova di Federico
Fellini (Fellini, 1976), Matrimonio all'italiana (De Sica,
1948), I Mostri (Risi,
1963), Salo' o le 120 giornate di
Sodoma (Pasolini, 1975), La
via del petrolio (Bertolucci, 1966) e Roma citta' aperta (Rossellini,
1945), di cui e' stato ritrovato in Cineteca Nazionale il
negativo originale.
Tra i più recenti:
Tra i più recenti interventi di restauro effettuati
dalla Cineteca Nazionale si segnalano, nel 2009, quelli presentati
nella retrospettiva Questi fantasmi 2 del Festival di
Venezia: Venezia in festa di Francesco Pasinetti (1947)
con la Regione Veneto, Radio Giornale n. 5 di Giorgio
Simonelli (1933) con Ripley's Film, Cenerentola e il Signor
Bonaventura di Sergio Tofano (1941), Margherita fra i
tre di Ivo Perilli (1942) e Uno tra la folla di Ennio
Cerlesi (1946) con Museo Nazionale del Cinema di Torino, Guerra
alla guerra di Romolo Marcellini (1948) con Filmoteca
Vaticana, La fiamma che non si spegne di Vittorio
Cottafavi (1949) con Cineteca del Friuli, Casa Ricordi di
Carmine Gallone (1954), La nave delle donne maledette di
Raffaello Matarazzo (1954), La grande guerra di Mario
Monicelli (1959) grazie ad Aurelio De Laurentiis, La ragazza in
vetrina di Luciano Emmer (1961), Galileo di Liliana
Cavani (1968), Umano non umano di Mario Schifano (1971),
Tutto per mio fratello (1911), grazie alla donazione della
famiglia Scarpetta, 'A santa notte (1922) diretto da
Elvira Notari, con Associazione Orlando e George Eastman House di
Rochester. La Cineteca Nazionale ha recentemente ristampato oltre
50 film che coprono il periodo dal 1909 al 1989, tra cui ricordiamo
quattro film di Alberto Lattuada: Il mulino del Po (1949),
La Lupa (1953), La tempesta (1958) e La
mandragola (1965); e ancora film di Andreassi, Argento,
Bellocchio, Bianchi, Bolognini, Caprioli, De Sica, Moretti, Questi,
De Robertis.
Tra le altre lavorazione recenti si segnalano La
città dolente (1949) di Mario Bonnard, in
collaborazione con Istituto Luce e Cineteca del Friuli; Il grido
della terra di Duilio Coletti (1949), Avanti a lui tremava
tutta Roma di Carmine Gallone con Anna Magnani, in
collaborazione con Festival di Spoleto, Fendi e Ripley's Film;
Un americano a Roma di Steno (1954), presentato al Festival
Internazionale del Film di Roma, in collaborazione con Ripley's
Film e Sky Cinema; Il cielo è rosso di Claudio Gora
dal romanzo di Giuseppe Berto (1949), Nel blu dipinto di blu
di Piero Tellini con Domenico Modugno (1959) per ricordare i
cinquanta anni di "Volare"; I mostri di Dino Risi (1963),
con due episodi inediti, in collaborazione con Sky Cinema; Toby
Dammit di Federico Fellini, presentato al Tribeca Film Festival
di New York, e La classe operaia va in paradiso di Elio
Petri, presentato al Torino Film Festival, in collaborazione con il
Museo Nazionale del Cinema, con cui è stato restaurato anche
Uomini contro di Francesco Rosi.In particolare:
La Cineteca Nazionale ha
presentato alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone edizione 2009
(3-10 ottobre) tre film di Francesca Bertini, tra cui il film
ritrovato e restaurato Amore senza stima di
Baldassarre Negroni (1922). Nella stessa edizione ha presentato
inoltre il film recentemente identificato Wenn das Herz in Hass
erglüht (Vampa d'odio, 1917), con Pola Negri. I tre film
della Bertini, presentati nella sezione "Dive", sono:
Mariute di Eduardo Bencivenga (1918), Marion artista di
caffè concerto di Roberto Leone Roberti (1920), e
il citato Amore senza stima di Baldassarre Negroni (1912).
Nella stessa sezione verrà proiettato il film tedesco
Wenn das Herz in Hass erglüht (Vampa d'odio) di
Kurt Matull (1917) con protagonista Pola Negri.
Amore senza stima [L'avvoltoio?] (Celio Film Roma, 1912)
Mariute (Bertini Film per Caesar-Film, 1918)
Regia: Edoardo Bencivenga; soggetto: Robert Des Flers; fotografia: Giuseppe Filippa; scenografia: Alfredo Manzi; produzione: Bertini Film per Caesar Film, Roma, 1918.
Regia: Roberto Roberti; adattamento e sceneggiatura: Vittorio Bianchi; soggetto: dal romanzo diAnnie Vivanti (1891); fotografia: Giuseppe Alberto Carta; scenografia: Alfredo Manzi.
Amore senza stima [L'avvoltoio?] (Celio Film Roma, 1912)
Regia: Baldassarre
Negroni; fotografia.: Giorgio (Giorgino) Ricci;
produzione: Celio Film, Roma, 1912. Cast:
Francesca Bertini (Maria), Emilio Ghione (il seduttore),
Alberto Collo (uomo nel bar), Noemi de' Ferrari (la fidanzata),
Angelo Gallina (il maggiordomo); data di disponibilità
della copia: dicembre 1912; 35mm, l.o. presunta:
1066m; l. copia: 817m, l. attuale: 917m; 47' (17
fps); fonte copia: Cineteca Nazionale, Roma. Didascalie in
italiano.
97 anni dopo la sua realizzazione,
il film della Bertini è stato recuperato dalla Cineteca
Nazionale e restaurato con la tecnologia più aggiornata.
Protagonisti un istrionico Emilio Ghione e una giovanissima e
naturale Francesca Bertini, il film è stato oggetto di
equivoci nella storiografia cinematografica italiana. Narra la
storia di Maria (il nome è stato reperito da Riccardo Redi,
da fonti non precisate), giovane dattilografa che si innamora di un
distinto gentiluomo. Rimane incinta, senza sapere che l'uomo
è sposato. Il gentiluomo - assillato dai debiti prodotti
dalla sua vita dissipata - dipende dalla moglie, ricca, e non
intende sposare la povera ragazza. Dopo aver rifiutato il denaro
che gli viene offerto come riparazione al disonore, Maria prosegue
il suo vagare disperato, con il bambino in braccio, finché
decide di accettare le profferte di uno sconosciuto con l'unico
scopo di comprare un'arma per vendicarsi.
In questa storia trasgressiva,
capolavoro del primo naturalismo del cinema romano, la protagonista
si prostituisce per farsi giustizia da sola, eroina col bambino in
braccio e la pistola in pugno. La Celio Film era marchio della
Cines, fondato nel 1912, orientato alla produzione di
qualità intesa come raffinamento nella messa in scena e
realismo nelle storie di argomento contemporaneo, all'epoca fuori
dai «canoni di mercato». I drammi editi dalla
«valente Casa» furono salutati come «la fedele ed
artistica espressione della vita», secondo il redattore della
rivista «La vita cinematografica». Nel contempo
conservano una certa freschezza e trasparenza dovute agli originali
soggetti, alla sapiente direzione artistica che, insieme a una
delicata direzione della fotografia e nonostante i limitati mezzi
di produzione, riusciva a ottenere momenti unici dai suoi attori.
La copia a noi pervenuta reca il titolo Amore senza stima e
data del 1923, epoca in cui Francesca Bertini, da diva, si era
ritirata dallo schermo. Poiché il pubblico rivedeva
volentieri i suoi vecchi successi, il film probabilmente è
frutto di un'operazione di rimontaggio, effettuato eliminando
alcune didascalie; resta incerto il titolo con cui fu inizialmente
distribuito. La ricerca preparatoria al restauro ci permette di
escludere che si tratti del film fino a questo punto individuato, e
cioè La bufera (1913). L'ipotesi più
plausibile è che si tratti invece di un altro film di
Baldassarre Negroni, annunciato verso la fine del 1912,
L'avvoltoio, oppure L'avvoltoio nero (come rilanciato
nel 1913), soprattutto per la caratterizzazione del personaggio di
Emilio Ghione, l'attore che alcune fonti segnalano come
aiuto-regista o addirittura regista. Il film contiene alcuni
elementi che permettono di accomunarlo ad Amore senza stima,
un dramma teatrale di Paolo Ferrari: il rapporto tra il giocatore e
la moglie, specialmente per quanto riguarda il crimine. Lo stesso
dramma di Ferrari servì d'ispirazione a un film della Cines,
del 1914.
Per il restauro eseguito al
laboratorio Prestech di Londra ci si è basati sull'unica
copia esistente, rinvenuta quasi senza didascalie e più
volte rimaneggiata. L'acquisizione è stata realizzata a 4K
ed è stata effettuata una lavorazione digitale preferibile
per il grave stato della pellicola. Sono stati aggiunti alcuni
intertitoli, sia allo scopo di facilitare la comprensione della
storia, che di creare cesure temporali nel racconto, piuttosto
ellittico, nello stile asciutto delle poche didascalie
sopravissute. Le colorazioni sono state effettuate col Metodo
Desmet.
Mariute (Bertini Film per Caesar-Film, 1918)
Regia: Edoardo Bencivenga; soggetto: Robert Des Flers; fotografia: Giuseppe Filippa; scenografia: Alfredo Manzi; produzione: Bertini Film per Caesar Film, Roma, 1918.
Cast: Francesca Bertini
(se stessa e Mariute), Gustavo Serena, Livio
Pavanelli, Camillo De Riso (se stessi), Alberto Albertini
(il reduce); visto di censura: n. 13506 del 1/05/1918;
prima visione romana: 17/05/1918; 35mm, lunghezza
originale: 743m; lunghezza attuale (copia d'archivio):
564m; durata 27' 49";
velocità di proiezione: 18 fps; bianco e nero.
Didascalie in italiano.
«Cinedramma in due
parti», in realtà film di propaganda a metà tra
realtà e finzione, del tutto inconsueto per l'epoca,
Mariute presenta lo stridente contrasto tra la giornata tipo
della diva Francesca Bertini, che giunge sul set a mattina alta,
dopo aver fatto attendere a lungo la troupe, e il dramma di
Mariute, una contadina friulana, che, sola con tre bambini, con il
marito in guerra, subisce violenza da tre soldati austriaci e viene
vendicata dal suocero.
Le due situazioni sono legate dal
filo tenue del sogno: Francesca Bertini, dopo aver ascoltato sul
set i racconti di un attore reduce dal fronte, rimane turbata e
sogna le vicende della povera contadina vittima della guerra,
immedesimandosi in lei e proponendosi, in uno slancio di
patriottica solidarietà, di alzarsi prima al mattino e di
presentarsi sul set con «appena mezz'ora di
ritardo».
Di questo film Francesca Bertini
non solo è protagonista assoluta, ma anche produttrice, con
la casa di produzione che nella denominazione contiene il suo
stesso cognome (d'arte), la Bertini Film, e che, dal 1918 al 1925,
realizzò ben venticinque opere. In realtà, da quanto
si evince in Vittorio Martinelli, Il cinema muto italiano, 1918,
I film della Grande Guerra, in «Bianco e Nero»,
Roma: CSC-Nuova Eri, anno L, nn. 1-2 1989, rist. 1991, p. 141),
Mariute fu probabilmente commissionato dall'Istituto
Nazionale delle Assicurazioni e doveva contenere un epilogo, andato
perduto, in cui la stessa Bertini invitava gli spettatori ad
acquistare i buoni dell'INA per sostenere lo sforzo bellico.
Marion artista di
Caffé-Concerto (Bertini Film/U.C.I., Roma,
1920)
Regia: Roberto Roberti; adattamento e sceneggiatura: Vittorio Bianchi; soggetto: dal romanzo diAnnie Vivanti (1891); fotografia: Giuseppe Alberto Carta; scenografia: Alfredo Manzi.
Cast: Francesca Bertini
(Marion), Mario Parpagnoli (Mario Stena), Giorgio Bonaiti (Max
Fredberg), Mary Fleuron (Anna Krauss); data uscita:
27/12/1920; lunghezza originale: 2019 m.; 35mm; lunghezza
copia attuale: 982 m., 53' (16 fps), colore. Didascalie in italiano
/ Italian intertitles.
Preservato nel 2000 a cura della
Cineteca Nazionale sulla base di un positivo d'epoca largamente
incompleto e colorato con imbibizioni e viraggi, questo film viene
ora presentato dopo un tentativo di ricostruzione basato su fonti
d'epoca e, per quanto possibile - considerate le differenze
introdotte nell'adattamento cinematografico - sul romanzo di Annie
Vivanti da cui è tratto.
La vicenda è quella della
piccola Marion, che, rimasta orfana della madre, canzonettista
morta di tisi, ne ripercorre le orme e cresce dietro le quinte,
destreggiandosi nel corrotto e licenzioso mondo del
cafè-chantant. Marion diviene rapidamente una stella
e ha molti corteggiatori. Tra questi, un vecchio commendatore, che
la prende come protetta, e un giovane poeta squattrinato, Mario,
con cui intreccia una relazione. Ben presto, però, il poeta
raggiunge in Germania l'amico Max, che lo presenta a un editore, e
stringe una promessa di matrimonio con Anna, la figlia di
quest'ultimo. Tornato in Italia, Mario riprende l'idillio con
Marion e le chiede di sposarlo, ma la giovane, pur profondamente
innamorata, respinge la sua proposta perché sente che
entrambi tradirebbero le rispettive arti, il palcoscenico e la
poesia. Mario parte ancora per la in Germania e lì sposa
Anna, mentre Max, che aveva accompagnato in Italia l'amico poeta,
rimane vicino a Marion e se ne innamora. Marion, che accusa i primi
sintomi della tisi, aspetta con disperata tenacia il ritorno di
Mario. Dopo un po' di tempo, il poeta si ripresenta a Roma in
compagnia della moglie ma, ancora invaghito di Marion, ha con lei
un incontro notturno, al termine del quale le confessa di essersi
sposato. Marion chiede solo di poter vedere "l'altra", invitando la
coppia in teatro per la serata in suo onore. Dopo lo spettacolo si
consuma l'epilogo: Anna s'introduce per curiosità nel
camerino dell'artista e Marion, nel diverbio che segue, afferra un
fermacarte, regalo di Mario, e la colpisce, uccidendola. Max entra
in camerino, vede la scena e coglie la disperazione di Marion, che
invoca la madre morta stringendo un medaglione con la sua immagine.
Vedendolo, Max scopre, atterrito, di essere il padre di Marion e
prende su di sé la colpa dell'omicidio: «Sono stato
io,…va'… e canta!»…
La copia conservata dalla Cineteca
Nazionale s'interrompe qui e la ricostruzione del finale è
problematica. Nella sinossi ricostruita da Vittorio Martinelli la
fine del film presenta un coup de théatre,
perché Marion, entrata in palcoscenico, non riesce a cantare
perché soffocata dal sangue (Vittorio Martinelli, Il
cinema muto italiano, 1920, in «Bianco e Nero»,
Roma: CSC - Nuova Eri, anno XLI, Luglio/Dicembre 1980, rist.
1995, p. 196). Il racconto termina dversamente nella trama
pubblicata in una rivista d'epoca, con Marion che «fugge
mentre il pubblico ancora l'acclama». (Marion, di Annie
Vivanti. Interpretazione di: Francesca Bertini, «Lux.
Rivista Internazionale dell'Industria Cinematografica», Roma,
anno III, n. 2, febbraio 1921, p. 75) e questo finale troverebbe
anche una conferma nel romanzo, che si chiude con l'esortazione di
Max a Marion: «Va' presto, va' e canta. Ed essa
andò». Entrambi i finali sono plausibili e supportati
da fonti autorevoli. Nell'edizione che si presenta al Festival di
Pordenone si è scelto di inserire un cartello in cui si
dà conto di entrambi.
Meritano un cenno le vicende di
censura di Marion artista di caffè-concerto. Per
l'argomento passionale e scabroso il film fu approvato "con
riserva", a condizione che venissero soppresse e/o sostituite
alcune didascalie. La prima didascalia soppressa («No,
è la bocca che voglio», inclusa nella prima parte del
film) appartiene a un episodio della gavetta di Marion (molto
lacunoso nella copia conservata), in cui la ragazza si accorda con
l'impresario, vecchio e vizioso, e si lascia baciare sulla bocca.
Nel secondo caso le modifiche introdotte dalla censura, riguardanti
due delle ultime didascalie del film, cambiano radicalmente la
psicologia dei personaggi, rendendo Marion meno spietata e Max
spontaneamente consapevole del proprio errore di gioventù e
non sottomesso alla volontà della giovane. Nelle didascalie
originali, infatti, Marion istiga Max ad autoaccusarsi
dell'omicidio di Anna («Sei stato tu! sei stato tu! tu la
volevi, ti ha resistito e l'hai uccisa», sostituita con un
«Sei stato tu!»), mentre Max ammette passivamente:
«Sì, sono stato io, va' e canta». In questo
punto la censura chiede di eliminare il "Sì", perché
risultasse che «il padre si accusa spontaneamente dopo aver
riconosciuto la figlia, e non per istigazione di questa».
(Trascrizione delle condizioni di censura in: Vittorio Martinelli,
Il cinema muto italiano, 1920, in «Bianco e
Nero», Roma: CSC - Nuova Eri, anno XLI, Luglio/Dicembre 1980,
rist. 1995, p. 198).
Wenn dass Herz in
Hass erglüht (Saturn-Film AG,
Berlin, 1917)
Titolo italiano Vampa
d'odio
Regia: Kurt Matull;
fotografia: Otto Jäger; Cast: Pola Negri
(Hilka), Tilli Bébé (lydia Bébé), Harry
Hopkins (il direttore del circo), Hans Adalbert Schlettow (Holzer),
Magnus Stifter (Ilfingen), Anna von Palen (la madre di
Ilfingen).
Visto di censura tedesco del
01/11/1917, visto di censura italiano n. 15541 del 18/11/1920.
Lunghezza visto di censura italiano 1350 metri, lunghezza copia:
993 metri. Imbibito, didascalie in italiano
La ballerina Hilka, innamorata di
Ilfingen, un barone dedito al gioco, lascia il circo in cui lavora.
La donna è corteggiata anche da Holzer, che, per rovinare
Ilfingen, chiede a Hopkins, il padrone del circo, di aiutarlo a
incastrare Ilfingen, accusandolo ingiustamente di aver barato.
Hopkins accetta perché vuole far tornare Hilka a lavorare
per lui. Il barone viene, però, scagionato da Lidma, la
compagna del direttore del circo, che rivela tutto alla polizia.
Lidma, a sua volta, gelosa di Hilka, decide di ucciderla liberando
un coccodrillo nella casa della ballerina, che sarà salvata
dal suo serpente in una spettacolare lotta. Hilka potrà
così finalmente ritrovare l'amore del barone.
Il nitrato imbibito con didascalie
in italiano, conservato presso la Cineteca Nazionale, è
incompleto. La copia, infatti, mancante della prima parte, comincia
dalla didascalia 21. Inizialmente fu scambiata per il film polacco
Jego Ostatni Cyzn, di Stanislaw J. Kozlowski (1917). Solo di
recente è stata identificata come Wenn das Herz in Hass
erglüht e quindi corredata di nuovi cartelli.





